Facciamo il ritratto alla fotografia di ritratto

Dopo avervi già raccontato le mie esperienze con la fotografia di spettacolo e fotografia di paesaggio, è  il momento di occuparsi di un altro perno assoluto e indiscusso di questa vastissima arte: la fotografia di ritratto, partendo proprio dall’inizio. E quando dico inizio…

Breve storia della fotografia di ritratto

“La rinuncia alla figura umana è la più difficile di tutte le cose per la fotografia”.

Scriveva così, in A Short History of Photography (1931) Walter Benjamin, secondo cui nessun genere di fotografia si sarebbe sviluppata ed avrebbe avuto successo come quella del ritratto.

90 anni dopo questa sua affermazione / previsione, possiamo dire che avesse ragione, visto come la fotografia continua ad essere, e oggi più che mai, associata alla rappresentazione delle persone.

Del resto, basta guardare alla longevità della sua storia, se pensiamo che prima dell’avvento della fotografia, il ritratto veniva effettuato tramite il dipinto. Forme di ritrattistica esistevano anche nell’antichità, ma l’immagine che molti comunemente intendono come un ritratto è una rappresentazione realistica di una persona ripresa frontalmente in cui sono riconoscibili i tratti del viso e le sue espressioni. Un’idea questa ereditata dal Rinascimento europeo, che ha celebrato il singolo e perfezionato l’idea della prospettiva e della tridimensionalità.

La nascita della fotografia

Prima di addentraci nel mondo del ritratto occorre però fare un passo indietro per capire come è nato. Oggi infatti fotografiamo e ci auto-fotografiamo con smartphone, tablet, reflex, ma ci chiediamo mai come sia nata la fotografia?

Argomento che molti di voi già conosceranno, ma del quale vorrei comunque parlare partendo da quel lontano 1826, quando Joseph Nicéphore Niépce realizzò quella che è conosciuta come la prima ripresa fotografica (sopravvissuta) della storia: “Vista dalla finestra a Le Gras”.

Il procedimento, battezzato da Niépce “eliografia”, fu realizzato con bitume di Giudea, ovvero asfalto solubile, che alla luce si indurisce, e si ipotizza che  ci vollero all’incirca 8 ore per vedere fissata questa foto su una piastra di stagno. Chiaramente, la tecnica andava ancora migliorata, anche se non potè essere Niépce a occuparsene, visto che morì qualche anno dopo (1833).

L’invenzione della fotografia (letteralmente: “disegno con la luce”), intesa come procedura che permette di fissare in modo permanente un’immagine, verrà quindi attribuita ad un suo collaboratore, l’architetto e scenografo francese Louis-Jacques-Mandè Daguerre (1777-1851) che, bruciando sul tempo vari colleghi che negli stessi anni stavano perfezionando la procedura, per primo introdusse il concetto, che da lui prende il nome (dagherrotipìa), all’Accademia francese delle scienze il 19 agosto 1839, oggi considerata la data di nascita delle fotografia commerciale.

Nello stesso anno, il fotografo americano Robert Cornelius (1809-1893), partendo dai primi esemplari di daggerotipìa nati in Francia, ha prodotto quello che è considerato il primo autoritratto fotografico: un ritratto frontale col soggetto che guarda verso un punto laterale – l’opposto rispetto ai ritratti nei dipinti classici – per il quale si ipotizza che il soggetto dovette rimanere immobile per 10-15 minuti. Questi erano ancora i tempi di esposizione… 

I primi studi/negozi di ritratto iniziarono a spuntare l’anno successivo, anche se non furono un successo immediato, poiché la maggior parte del pubblico non era ancora sicura del nuovo mezzo, che ancora associava all’idea del dipinto, considerato roba da ricchi, visto che i dipinti dell’epoca venivano fatti per mostrare potere, status e nobiltà ed erano tipicamente riservati alle classi più agiate. Per dissuadere le loro paure, i fotografi cercarono allora di catturare immagini di personaggi famosi, come Abraham Lincoln e Charles Dickens. 

FERROTIPÌA

ferrotipìa s. f. [comp. di ferro e –tipia]. – Procedimento fotografico, col quale si ottengono direttamente immagini positive su lastrine di ferro annerite e coperte di gelatina al bromuro d’argento; è stato largamente usato nella seconda metà del sec. 19° dai fotografi ambulanti, perché dava la possibilità di consegnare un ritratto pochi minuti dopo la posa.

È però con la nascita della ferrotipìa, che consiste nell’imprimere immagini su lastre di metallo rivestite di emulsioni sensibili alla luce, che la fotografia, e in particolare quella di ritratto, inizia a diffondersi, grazie ai primi fotografi ambulanti che giravano con le loro attrezzature nelle fiere di paese.

In ogni caso, esattamente come nel caso del dagherrotipo, le immagini realizzate con la ferrotipìa erano solo positive, più che negative come le conosciamo oggi, quindi non erano riproducibili più volte.

L’evoluzione della fotografia

Questo fu possibile a partire dal 1841, grazie all’inventore e fotografo inglese William Henry Fox Talbot che creò il metodo chiamato calotipia, una tecnica basata sull’utilizzo di un negativo di carta. In questo modo, partendo da una sola matrice era possibile creare moltissime copie. Nasceva così la fotografia analogica attuale.

Nel 1851 arriva però un ulteriore salto di qualità di questa procedura grazie a Frederick Scott Archer (1813-1857) che sviluppò la procedura del «collodio umido». In questa tecnica, che univa una buona qualità delle immagini con dei costi contenuti, la lastra veniva sensibilizzata poco prima del suo uso, cioè quando era ancora umida (da cui il nome): il risultato è talmente buono da spazzare via le soluzioni basate sul dagherrotipo e calotipia che avevano dominato negli anni quaranta.

Il negativo ora poteva essere riprodotto senza problemi in un numero infinito di copie. È in questo periodo che nascevano infatti i primi album fotografici, grazie a Disderì (1819-1889), che nel 1854 brevettò la photo-carte de visite, una sorta di biglietto da visita che tanto successo ebbe in tutta Europa e negli Stati Uniti. Il procedimento, che permetteva di realizzare sulla stessa lastra negativa al collodio quattro, sei o otto pose, aveva il pregio di ridurre il costo dei singoli ritratti, che venivano ora venduti a dozzine o addirittura a centinaia.

I biglietti venivano così offerti ai familiari, agli amici, inviati magari alle persone lontane e destinati a venire appesi al muro a o a completare gli album di famiglia. Oppure era ancora possible procurarsi, presso il fotografo, i ritratti delle grandi personalità, dei politici o degli attori di turno. Questo piccolo oggetto fotografico modificò i rapporti sociali e diffuse l’immagine degli individui permettendo al grande pubblico di avere una visione “diretta” della società e conoscere, e riconoscere, attraverso la fotografia, il proprio mondo di riferimento.

A partire dal 1871 diventarono sempre più popolari le fotografie con lastre di gelatina secca. Già nel 1875 queste lastre venivano prodotte industrialmente ed ebbero da subito un enorme successo tra gli amanti della fotografia. Il loro pregio stava nella possibilità di conservarle facilmente e nel prezzo ridotto, soprattutto in confronto al collodio umido, che rendeva finalmente la fotografia alla portata di tutti.

La fotografia di ritratto e autoritratto avevano a quel punto sostituito i dipinti grazie alla loro convenienza e capacità di catturare foto di molte persone, come una famiglia, tutto in una volta senza noiose sessioni di seduta.

I primi fotografi ritrattisti

Ciononostante, i primi ritratti fotografici mantenevano ancora molte affinità con l’estetica pittorica di quell’epoca, riflettendo allo stesso tempo le esigenze tecniche del processo fotografico: il notevole tempo di esposizione, ad esempio – da non confrontare con le capacità di cattura istantanea della fotocamera di oggi – costringeva il soggetto a rimanere immobile per un po’, con un’espressione facciale congelata.

Da qui la mancanza di sorrisi rilassati nei primi esempi di fotografia di ritratto. I soggetti erano generalmente seduti, posti su uno sfondo semplice, con la luce naturale di una finestra o una luce soffusa risultante dal riflesso attraverso specchi che coprivano la scena. Con tecniche avanzate, i ritratti poterono presto essere scattati anche al di fuori dello studio del fotografo.

Nelle mani di alcuni fotografi iconici, l’arte del ritratto è stata portata in nuove direzioni. Lo scrittore e caricaturista parigino Nadar, pseudonimo di Gaspard-Félix Tournachon (1820-1910), ad esempio, aveva un occhio di falco per le caratteristiche interne ed esterne di un soggetto, e riuscì a catturare quelle caratteristiche con la sua macchina fotografica, dando un volto alle menti più brillanti della Parigi di metà 800, come Victor Hugo, Bakunin, Dumas, Verne, Rossini, Manet, Delacroix, Kropotkin e Baudelaire.

Una delle prime maestre femminili del ritratto, Julia Margaret Cameron (1815-1879), usava un obiettivo con una grande lunghezza focale che consentiva primi piani estremi – se i suoi soggetti potevano rimanere immobili per il tempo di esposizione richiesto … Le immagini spesso sfocate risultanti dai reportage di Cameron, sono state criticate da alcuni come rappresentazioni inadeguate della realtà, ma molto elogiate dagli artisti del suo tempo.

I ritratti acquisirono rapidamente grande importanza anche nei media stampati familiarizzando i lettori con i volti di leader politici, intrattenitori popolari e altre celebrità. Il parigino di origine ucraina Boris Lipnitzki (1887-1971) è uno dei fotografi che ha guadagnato fama e fortuna ritraendo ricchi e famosi: facendosi strada nel mondo delle arti e dello spettacolo, ha fotografato – tra gli altri – Josephine Baker, Jean Cocteau, Colette, Maurice Ravel, Serge Gainsbourg e Picasso, conservando lo spirito dei ruggenti anni Venti fino agli “ondeggianti” anni Sessanta.

Anche il fotografo austriaco Franz Hubmann (1914-2007) ha goduto di uno status iconico grazie ai suoi ritratti di artisti: molti dei protagonisti della scena d’avanguardia austriaca e internazionale che frequentano il Café Hawelka viennese – l’autore Franz Theodor Csokor, l’attore Oskar Werner e il direttore d’orchestra Nikolaus Harnoncourt, per citarne solo alcuni – sono stati immortalati nelle sue creazioni in bianco e nero.

Parallelamente a grandi realizzazioni artistiche nel genere ritratto come queste, un mercato di massa per i ritratti si sviluppò rapidamente. I tempi di cambiamento nell’esistenza umana in particolare sono stati catturati, per fornire ricordi di eventi importanti della vita: primi passi, primo giorno di scuola, comunione, laurea, compleanno, pensionamento.

Queste immagini sono regolate da obiettivi e criteri (di qualità) diversi rispetto ai ritratti in studio o stampa. Non tutti i primi ritratti, quindi, sono un gioiello di originalità: archivi e musei di tutto il mondo conservano serie simili di ritratti con un intento meramente funzionale, tutti caratterizzati dalle stesse pose, accessori e ritocchi. Anche così, come traduzione immediata dell’aspetto delle generazioni precedenti, i ritratti domestici hanno anche un valore documentario, raccontando a modo loro la storia dei nostri antenati.

Dalle lastre ai rullini

E arriviamo così al 1883, una data storica per tutta la fotografia moderna. In quell’anno una piccola azienda americana annunciò di aver inventato un nuovo tipo di film che era disponibile in rotoli, iniziando a sviluppare una fotocamera in grado di separare nel tempo i processi di preparazione, ripresa, sviluppo della foto e stampa della stessa.

Quella ditta era la Eastman Kodak  Company (fallita poi nel 2012) e quella fotocamera (inventata da George Eastman) era la prima vera macchina fotografica: al suo interno vi era un rullo di carta speciale (il primo rullino in pratica, inventato sempre da Eastman: si trattava della prima pellicola flessibile mai realizzata in serie) che, muovendosi, permetteva di scattare fino a 100 foto.

Pubblicità per la Brownie Camera Kokdak (1900)

Il modello in questione, commercializzato a partire dal 1888 al prezzo di 25 dollari (circa 600 euro di oggi), venne chiamato semplicemente Box Kodak, e fu pubblicizzato con uno slogan tra i più famosi in assoluto: You press the button, we do the rest.

L’obiettivo di Eastman, tuttavia, era quello di semplificare la fotografia, rendendola disponibile a tutti, non solo ai fotografi professionisti. La loro successiva fotocamera Brownie Box (1900), verrà così venduta al prezzo di 1 $ (equivalente a 31 euro di oggi), e può essere considerata la prima fotocamera per il mercato di massa. A quel punto la fotografia era diventata davvero popolare e accessibile per tutti.

Altri ambiti della fotografia di ritratto

Oltre ai ritratti di personaggi famosi e familiari, la fotografia di ritratto ha iniziato così ad essere ampiamente utilizzata anche in altri ambiti. Vediamo quali, dando un’occhiata più da vicino ad alcuni degli sviluppi – se mi si perdona gioco di parole – della fotografia nel 20° secolo.

Stieglitz e la Foto-Secessione

Questo periodo di tempo introdusse Alfred Stieglitz, una delle prime persone a diventare famosa per aver reso la fotografia una forma d’arte. Nel 1902, lui e un gruppo di amici fondarono il movimento Foto-Secessione. Questo movimento ha cercato di rendere la fotografia meno commerciale e più una forma d’arte.

Documentare il pubblico

Il volgere del secolo continuò a utilizzare la fotografia di ritratto per usi documentari. Nel 1906, Lewis Hine fu assunto per documentare le condizioni che i lavoratori minorili dovevano affrontare in diverse fabbriche negli Stati Uniti. Le sue fotografie sono state utilizzate per aiutare a far passare le riforme del lavoro minorile, come il Fair Labor Standards Act del 1938, che ha vietato il lavoro minorile oppressivo.

Le prime riviste di moda

Anche se ci sono esempi precedenti di alta moda ritratta in fotografia, il primo servizio di moda moderno è attribuito a Edward Steichen, che fotografò abiti disegnati da Paul Poiret per il numero di aprile 1911 della rivista Art et Decoration. Queste immagini definirono il genere in quanto non si limitavano a registrare l’aspetto degli abiti, ma trasmettevano anche un senso dell’abito e di chi lo indossava. Il campo della fotografia di moda crebbe rapidamente durante gli anni ’20 e ’30, con riviste come Vogue Harper’s Bazaar che aprirono la strada e impiegarono famosi fotografi interni come Horst P. Horst, George Hoyningen-Huene, Cecil Beaton e Martin Munkacsi.

Le prime fototessere

Nel 1914, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti iniziò a richiedere fotografie su tutti i passaporti.

Il fotogiornalismo

L’età d’oro del fotogiornalismo iniziò negli anni ’30 in Europa e fu associata, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, a riviste come Paris Match Life. I fotogiornalisti si affidavano alla fotografia per documentare e raccontare una notizia, a volte come parte di un resoconto giornalistico scritto e a volte indipendentemente in un foto-saggio.

Durante la Grande Depressione americana (1929-1935) , i fotografi hanno iniziato a scattare foto di famiglie e individui che soffrono di questo disastro economico al fine di esporre il mondo alle sofferenze molto reali che i lavoratori migranti e le famiglie a basso reddito stavano vivendo ogni giorno. Queste foto erano anche conosciute come “Dust Bowl Photography”. Uno dei fotografi più iconici di quel tempo è Dorothea Lange (1895-1965) a causa del suo famoso ritratto del 1936, “Madre migrante”.

Questo ritratto è diventato la definizione di un’immagine che dice più di mille parole e risuona ancora oggi nella storia del fotogiornalismo.

Ritrattistica moderna

I ritratti sono diventati un punto fermo nella fotografia attuale e possono essere visti nei media quasi ovunque, specialmente quelli delle celebrità. Vediamone alcuni diventati in qualche modo “iconici”:

Arthur Sasse (1908-1975) fotografo americano della UPI e dello zoo del Bronx di New York sapeva che per scattare una buona fotografia doveva avere pazienza e prontezza, quella stessa rapidità che gli permise di immortalare lo sberleffo di Einstein. Era tra i tanti fotografi che attendevano che il padre della teoria della relatività generale lasciasse la festa del suo 72° compleanno, il 14 marzo 1951, per fotografarlo. Ma Einstein che durante tutta la serata aveva concesso centinaia di sorrisi e posato per decine di foto, era visibilmente stanco: per far capire a Sasse che non era più il caso di inseguirlo, gli mostrò la lingua.

René Burri (1933-2014) fotografo svizzero della scuderia di Magnum Photos, nel 1963 si reca a Cuba, dove incontra il Che, Ministro dell’Industria, nel suo ufficio a L’Avana e coglie la rara occasione di fotografarlo per una rivista americana, anche se il Che non la prende troppo bene: non lo guarderà per tutto il tempo. Il risultato sono otto rullini che ritraggono Che Guevara in ogni tipo di situazione: seduto, sorridente, arrabbiato, concentrato, mentre accende l’ennesimo Havana. Tra questo grande numero di scatti, solo uno diventerà l’icona che conosciamo.

Un’altra delle fotografe pioniere della fotografia di ritratti di celebrità è Annie Leibovitz (Waterbury, 2 ottobre 1949). C’è lei dietro l’obiettivo che ha immortalato la coppia più famosa e discussa del decennio ‘60/’70, John Lennon e Yoko Ono, in uno scatto che ha fatto la storia, anche perchè scattata 5 ore prima dell’assassinio e poi finita sulla copertina di Rolling Stone del 22 gennaio 1981. La semplicità delle foto di Leibovitz è ciò che le rende così sorprendenti e racchiude davvero l’obiettivo della fotografia di ritratto, vale a dire molto con un po’.

Quella di Sharbat Gula, ritratta a 12 anni dal fotografo americano Steve McCurry (Filadelfia, 1950), è forse la foto più conosciuta, e non solo nella storia del National Geographic. Il suo volto divenne il simbolo del conflitto afgano degli anni ottanta, e della situazione dei rifugiati in tutto il mondo. Quando questa immagine comparve per la prima volta nella rivista, nel 1984, il suo nome era sconosciuto e venne soprannominata semplicemente “ragazza afgana” o “Mona Lisa afgana”,  fino a quando l’autore dello scatto non è ritornato in Afghanistan nel 2002, riuscendo a rintracciarla e a scoprire il suo nome.

Albert Watson (Edimburgo, 1942), nel 2006 firma l’arcinota foto di Steve Jobs che appare sulla biografia del volume di Walter Isaacson dedicato al cofondatore di Apple, notoriamente restio a farsi ritrarre, ma che grazie all’approccio giusto improvvisato in studio dal fotografo, restituì a Jobs la sua foto preferita di sempre.

L’arte dei selfie

Come con molti altri stili di fotografia, la ritrattistica si è evoluta e modernizzata con l’aiuto di smartphone e dispositivi, e l’autoritratto è stato reso più conveniente con il selfie. Mentre molte persone tendono a scherzare sulla popolarità dei selfie, è importante riconoscere che sono un prodotto della pratica secolare della fotografia di ritrattistica. Sono semplici, creativi e valgono più di mille parole.

Alla prossima puntata…

Eccoci dunque arrivati al capolinea del nostro viaggio nel tempo, in cui per ragioni di spazio non è stato possibile approfondire l’opera di altri grandi artisti, per i quali vi rimando però, se ne avrete voglia, alla seconda parte di questo racconto, in cui avrò anche modo di parlarvi di quello che è il mio rapporto con il vasto e variegato mondo della fotografia di ritratto. 

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Mi chiamo Manuela Faccì, blogger e fotografa freelance specializzata in foto di spettacolo ed eventi dal vivo a Reggio Calabria e provincia. I libri e la lettura sono invece la mia seconda passione che, da un po’, mi diletto ad esercitare su Librangolo, il blog in cui mi occupo di recensioni e notizie letterarie.

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11 Commenti

  1. Diane Jacqueline Maffi

    Grazie Manu per questo interessante viaggio nel tempo 😃 Chi, come te, è bravo a cogliere l’attimo fuggente e ad immortalarlo con uno scatto, è dotato di un potere magico…. Lo definirei un cacciatore di
    sogni. 🙂

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    • Manuela Facci

      Ciao Diane, grazie mille! Viaggio non del tutto concluso, quello sul ritratto e che vedrà a breve la sua seconda ed ultima parte, che spero coinvolgerà il tuo entusiasmo come ha fatto questo. Non so se sono dotata di poteri magici (magari!), ma della volontà a ricercare con appassionata perseveranza, ciò che di bello e unico esprimono le persone, si! Se a volte ciò è possibile per aver intercettato l’attimo giusto o una sua ricostruzione, è frutto delle situazioni diverse con cui ho a che fare, ma sempre nell’intento di renderne il risultato migliore.

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  2. Luca

    Bellissimo articolo, molto istruttivo ed evocativo. Grazie al digitale, per tantissime persone (professionisti e non) la fotografia è diventata una possibilità concreta per esprimere sé stessi e i propri interessi. Tuttavia, quella connotazione di tecnica e poesia che ha caratterizzato i primi esperimenti fotografici, difficilmente potrà essere riprodotta e un ritratto moderno, capace di farci sorridere, piangere o riflettere con l’intensità (o l’assenza) dei suoi colori, forse non potrà riprodurre quel profumo di antico e di vite passate. Un prezzo non eccessivo da pagare, in fondo, per potere essere oggi un po’ tutti “fotografi”

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    • Manuela Facci

      Ciao Luca, sono contenta ti sia piaciuta questa prima parte dell’articolo. Mi trovi pienamente d’accordo con il tuo pensiero. E’ un’era irripetibile, fotograficamente parlando, quella dei primi anni in cui tutto era esperimento, prove su prove, tempi lunghissimi di attesa per vedere concretezza nelle idee che prestavano alle macchine fotografiche, i fotografi o gli appassionati di un tempo. Oggi è tutto diverso, più veloce e a volte purtroppo, di conseguenza, più ripetitivo, meno pensato, più “dimenticabile” se vogliamo. Ma ciò che non morirà mai è il temperamento artistico e la voglia di scovare la realtà con occhi nuovi, da parte di chi tratta la fotografia come fosse sempre qualcosa cui approcciarsi con cura, rispetto e perchè no, divertimento. Tre cose che sono un ottimo punto di partenza per dei buoni scatti, ritrattistici e non.

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  3. Gianluigi L

    Che bello seguire tutta la storia completa della fotografia con tutti i suoi sviluppi e traguardi. Articolo mio interessante, impegnativo e di grande valore 😉👍

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    • Manuela Facci

      Ciao Gianluigi e grazie mille! Impegno ripagato se incontra l’interesse e l’apprezzamento anche di chi, non occupandosi di fotografia, può grazie a questo tipo di articoli, guadagnare qualche nozione in più circa un mondo che so essere affascinante anche per chi non ha dirette competenze, ma lo segue ugualmente in quanto fruitore di meravigliose opere artistiche, create nel tempo e contributori di molti momenti storici importanti.

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  4. Mario

    Spettacolare il sito da te creato!!!! Fotografia a 360 e più gradi….IL RITRATTO. Emozione per me particolare. Manuela srotola abilmente e dettagliatamente la storia della ritrattistica…il mio intervento vuole far notare (per me) come questa costola della fotografia si possa riassumere con due scatti: quello di ALBERT con la lingua fuori e LA LEIBOVIZ. Rappresentano rispettivamente le emozioni sincere e la dedizione psicologica da parte di chi scatta per rappresentare i soggetti nella propria naturalezza.
    E poi la wikyMANUELA….gran bell’idea quella di affrontare la ritrattistica. Sono curioso di leggere cosa ne pensano i frequentatori di questo sito…un argomento che ti fa confrontare con mille realtà personali. Stupendo nuovamente e applausi!

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    • Manuela Facci

      Ciao Mario, sono contenta di suscitare cotanto interesse ed entusiasmo circa un articolo che come hai potuto ben vedere, è ricco e dettagliato, al punto che quella che hai letto oggi è una prima parte dedicata all’argomento, ma sarà seguita da una seconda in cui esplorerò anche il mio rapporto con questo tipo di fotografia e non solo. Non ti anticipo nulla e spero potrà piacerti in egual misura anche la sua conclusione. E’ molto bello per me potermi confrontare con i pareri che mi lasciate in questo spazio. Grazie mille per i complimenti e per il tuo bel punto di vista!

      Rispondi
      • Mario

        Grazie a te….Sono sicuro di sapere già cosa scriverai nella seconda da parte:Emozioni!!!
        Grazie ancora

        Rispondi
      • Peppe

        Articolo molto esauriente per capire l’evoluzione che sta dietro a quello che oggi può essere definito “selfie”… come fai notare tu Manu dietro a quello che oggi può sembrare banale, ci sono secoli di studi e vere e proprie rivoluzioni tecnologiche della fotografia in questo campo… purtroppo spesso diamo per scontata la facilità di usufruire di alcuni mezzi senza provare a capire il grande sacrificio che contraddistingue ogni lavoro, io in primis dietro una fotoritratto d’epoca mai mi sono soffermato più di tanto per coglierne ed apprezzare ciò che l’autore avesse voluto esprimere, foto divenute come dici tu icone come quella di Einstein ad oggi sono state ritoccate ed usate per libri, cartelloni pubblicitari, vignette, sfondi multimediali ed altro, ma di fondo quella che potrebbe sembrare una banale linguaccia racchiude un altro significato… logicamente le ragioni di spazio a cui fai riferimento, non ci consentono di approfondire ulteriormente, devo dire però che l’articolo è abbastanza educativo, ti faccio i più vivi complimenti perché mi hai aperto ulteriori aspetti a quello che era un mio campo visivo limitato, grazie… continuerò a seguire con piacere il tuo lavoro sicuro che regalalerai altri modi per capire meglio ciò che c’è dietro la tua arte…

        Rispondi
        • Manuela Facci

          Ciao Peppe, ti ringrazio molto per questo commento così articolato ed attento a ciò che di nuovo ed interessante hai colto leggendo questa prima parte dedicata alla fotografia ritrattistica, che ha così tanti spunti da volerne accogliere una seconda e che spero troverai altrettanto bella e coinvolgente.

          Rispondi

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